L'illusione del talento: quando scopriamo che gli "artisti" sono persone come noi

L'illusione del talento: quando scopriamo che gli "artisti" sono persone come noi

"Ma tu sei un'artista!"

 

Questa frase risuona ancora nelle mie orecchie ogni volta che qualcuno la pronuncia durante i miei corsi di punch needle. E ogni volta sento un piccolo sussulto dentro di me, perché quella persona che vedono come "artista" sono semplicemente io: una qualsiasi che si sveglia la mattina, beve il caffè, ha dubbi, sbaglia punti, scioglie il lavoro fatto e ricomincia.

 

Eppure c'è qualcosa in quel momento, qualcosa che va oltre il semplice complimento. C'è il riflesso di una convinzione profondamente radicata in tutti noi: la tendenza a trasformare gli altri in qualcosa di più grande di quello che sono, mentre noi restiamo ancorati alla nostra quotidiana "normalità".

 

Il mito del talento innato

Quando osserviamo il lavoro di qualcuno che ammiriamo, tendiamo a costruire una narrazione: "È nata così", "Ha un dono naturale", "Io non potrei mai". È come se esistesse una barriera invisibile tra "noi" e "loro", tra chi può e chi non può, tra gli artisti e le persone comuni.

Ma la verità è molto più semplice e, paradossalmente, molto più incoraggiante.

 

Quella persona che oggi vediamo creare opere meravigliose ha semplicemente fatto una cosa: ha iniziato. E poi ha continuato. Giorno dopo giorno, punto dopo punto, errore dopo errore. Non c'è stata un'illuminazione divina, non c'è stato il momento magico in cui le competenze sono apparse dal nulla.

 

La forza dell'impegno quotidiano

Durante i miei corsi, vedo nascere questa consapevolezza negli occhi delle partecipanti. All'inizio mi guardano come se fossi depositaria di segreti inaccessibili. Poi, man mano che procediamo insieme, che condivido i miei errori, che mostro i progetti che ho dovuto rifare tre volte, qualcosa cambia.

Si rendono conto che dietro ogni opera "perfetta" ci sono ore di pratica, tentativi falliti, frustrazioni superate. Che quella fluidità nel movimento dell'ago non è magia, ma memoria muscolare costruita attraverso la ripetizione. Che la scelta dei colori che sembra così naturale è in realtà il risultato di prove, sbagli e aggiustamenti.

La differenza tra me e chi inizia non è il talento. È il tempo. È l'energia che ho dedicato a questa passione. È la costanza nel ritornare all'ago e al telaio anche quando il risultato non mi soddisfaceva.

 

Smontare l'altare degli altri

C'è qualcosa di liberatorio nel rendersi conto che le persone che ammiriamo sono solo persone. Con i loro dubbi, le loro giornate storte, i loro momenti di scoraggiamento. Non vivono su un piano superiore dell'esistenza, non sono dotate di poteri speciali.

Hanno semplicemente scelto di investire il loro tempo e la loro energia in qualcosa che li appassionava. Hanno trasformato la curiosità in studio, lo studio in pratica, la pratica in competenza.

Quando smontiamo l'altare su cui abbiamo posto gli altri, non li sminuiamo. Al contrario, li rendiamo umani, accessibili, raggiungibili. E questo trasforma tutto: da "non potrei mai" diventa "forse, con il tempo, anch'io potrei".

 

Il peso delle nostre aspettative

Spesso siamo i nostri peggiori critici. Guardiamo il nostro primo tentativo e lo confrontiamo con l'opera di chi pratica da anni. È come se un bambino che muove i primi passi si paragonasse a un maratoneta e concludesse di non essere portato per camminare.

Ogni volta che penso di non essere all'altezza, mi ricordo dei miei primi lavori. Li conservo ancora, non per nostalgia, ma come promemoria. Mi ricordano che ogni esperto è stato un principiante, che ogni maestro ha avuto un primo giorno.

 

Il coraggio di iniziare

Forse la vera differenza tra chi chiamiamo "artista" e chi si definisce "non portato" è semplicemente il coraggio di iniziare. E poi quello di continuare, nonostante gli errori, nonostante la frustrazione, nonostante la vocina interna che sussurra "non sei abbastanza bravo".

Quando qualcuno nei miei corsi mi dice "tu sei un'artista" e poi aggiunge "io non lo sarò mai", vorrei poter trasferire istantaneamente questa consapevolezza: non esiste un club esclusivo di persone speciali. Esistono solo persone che hanno deciso di non arrendersi ai loro primi tentativi imperfetti.

 

Mentre l'ago attraversa la tela, mentre i fili si intrecciano formando disegni e texture, penso spesso a quanto sia metaforica questa pratica. Ogni punto è un piccolo atto di fede nel risultato finale, anche quando non possiamo ancora vederlo chiaramente.

Forse è questo che ci insegna il punch needle, oltre alla tecnica: che la bellezza nasce dall'accumularsi di piccoli gesti ripetuti con intenzione. Che non serve essere speciali per creare qualcosa di bello. Serve solo essere presenti, essere costanti, essere gentili con i propri errori.

 

E forse, alla fine, questo è tutto quello che distingue un "artista" da una persona comune: la capacità di vedere la bellezza nel processo, non solo nel risultato. La pazienza di lasciare che il tempo e la pratica trasformino l'incertezza in sicurezza, l'inesperienza in competenza.

Perché tutti noi, punto dopo punto, siamo artisti della nostra vita.